Nuove linee guida per la valutazione dei deficit cognitivi negli adulti e negli anziani

Nel 2014 è uscita la prima edizione italiana del “Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali -5”, chiamato “DSM-5”. Questo manuale, rispetto alle edizioni precedenti, cambia da uno strumento di preciso inquadramento diagnostico ad uno per professionisti con una specifica formazione ed esperienza clinica per la formulazione di una diagnosi. Solo lo specialista può valutare in modo attendibile sintomi che possono avere diversa eziologia, può distinguerli tra normali cambiamenti legati al corso della vita e risposte transitorie allo stress. Il “DSM-5” vuole essere funzionale alla riduzione dello stigma e alla progressione dei trattamenti e delle cure. In quest’ottica, nel capitolo che si occupa dei disturbi cognitivi, sono stati introdotti dei cambiamenti di terminologia e distinzioni fra vari deficit.

Il capitolo sui disturbi neurocognitivi (DNC) comprende una vasta gamma di disturbi cognitivi, da lieve a maggiore, causati da processi a carico del sistema nervoso centrale in diverse fasce di età. Viene mantenuto il termine “demenza” per continuità e può essere utilizzato in contesti in cui medici e pazienti sono abituati ad usarlo, ma questo termine è stato sostituito da “Disturbo Neurocognitivo” per annullare lo stigma sociale. Il nuovo termine dovrebbe rendere la diagnosi più accettabile da parte dei pazienti, dei loro familiari e della popolazione in generale.

Prendiamo ad esempio, il ciclo di vita di un fiore di rosa. Dopo una splendida fioritura i petali si avvizziscono e cadono poco a poco. Similmente animali e persone si invecchiano. La variabile del tempo vale per tutti! La nostra società invecchiandosi in termini statistici esacerba il tabù dell’invecchiamento e della morte con il ricorso alla chirurgia e ai modelli dei giovanissimi.  La generazione dei 68-ottini, la generazione degli “eterni ragazzi” invecchiata inesorabilmente continua a rivoluzionare i costumi.  Personaggi famosi, gli idoli di una volta, invecchiati, continuano ad essere apprezzati anche dai giovani, quando si ammalano vengono compatiti e non stigmatizzati.  Una volta da anziani si diventava “matti” o “dementi”, oggi si considerano persone con disturbi comportamentali e disturbi neurocognitivi, senza togliere a queste persone la dignità e il rispetto. L’invecchiamento e la morte vengono gradualmente più accettati come una realtà.

I processi di invecchiamento sono molto individuali e possono essere più o meno lineari. Per questo motivo vengono distinti diversi deficit neurocognitivi a seconda dell’eziologia e delle manifestazioni. Solo lo specialista può distinguere se i sintomi, come ad es. difficoltà di memoria, sono manifestazioni di stress, di una causa organica, di un deficit alimentare, di un disturbo d’umore o di un deficit neurocognitivo. Il sintomo costituisce un segnale per ricorrere ai ripari precocemente prima che la situazione e le conseguenze rendano la vita più difficile.

Ad una certa età è difficile distinguere fra l’invecchiamento normale e l’invecchiamento con un disturbo neurocognitivo in quanto in entrambi sono presenti processi neurodegenerativi e perdite neuronali a livello cerebrale. In questi casi si può ricorrere alle particolari procedure diagnostiche che però servono solo in un contesto di ricerca. Sono importanti le valutazioni delle capacità di funzionamento che possono essere utili per conoscere i punti di forza e di debolezza di una persona per orientare le aspettative e dare un’adeguata assistenza.

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